Un viaggio nell’umano… écrire d’Amour, Liebe and Love secondo Amleto de Silva

Raccontare l’amore, irresistibile tentazione dello scrittore

Scrivere d’amore mantenendo il giusto distacco è molto difficile, se non impossibile. E in molti casi è meglio lasciar perdere. Ecco i dieci errori più comuni da evitare.

di Amleto de Silva

Chi sei tu per dare consigli sulla scrittura? Questo è quello che mi chiedo sempre quando comincio a a scrivere questa rubrica. La riposta la so io come la sapete voi, ed è per questo che ho sempre detto, e sempre dirò, che non solo a scrivere non si insegna, ma se si potesse (e non si può), certo io sarei il meno adatto, per tutta una serie di motivi, il meno importante dei quali è il mio carattere. Non rifletto mai abbastanza, sono sempre preda di passioni improvvise e odi fulminanti: passioncelle veloci che alla fine poi manco mi ricordo come e perché, e che rendono la walk of shame del giorno dopo abbastanza umiliante. Eppure, ci sono certe di cose di una banalità talmente evidente che mi stupisco che non le dica o scriva nessuno, e che mi rimangono dentro per molto tempo, finché non decido di rovinarvi la giornata infliggendovele in questa rubrichetta. Per questo adesso vi toccano le  cose da non scrivere quando scriviamo d’amore.

1. Non scrivete d’amore quando siete freschi innamorati. Se c’è una cosa che gli innamorati freschi non possiedono è la capacità di vedersi come li vedono gli altri. Voi pensate di essere teneri teneri, coi cuoricini che vi sprizzano dalle mani, e non vi accorgete che in torno a voi gli amici si ficcano due dita in gola e vi indicano. Questo, quando siete a cena con loro: figuriamoci se provate a tradurre quest’estasi zuccherosa in alate parole.

2. Non scrivete d’amore quando la ragazza vi ha appena mollato. Anche in quel caso, facciamoci un favore: chiediamo agli amici, a chi ci vuol bene. Siamo stati, come dire, un pochino ossessivi? Hanno per caso avuto voglia di tagliarsi le vene alla trecentesima volta in cui abbiamo affermato che le donne (tutte! Anche le mamme!) sono brutte persone, di cui non bisogna mai e poi mai fidarsi? Anche qui, asteniamoci. Meglio affogare i dispiaceri nell’alcol, l’inchiostro fa più male.

3. Non scrivete d’amore per fare colpo sulle ragazze. E’ una cosa che dovremmo aver imparato decenni fa, quando suonavamo la chitarra ai falò sulla spiaggia mentre la ragazza che ci piaceva si rotolava nella sabbia con un surfista decerebrato. Stabilito che comunque non combiniamo niente, cerchiamo almeno di evitare di fornire la colonna sonora ai nostri piccoli fallimenti. Quelli che acchiappano fanno le rockstar, non gli scrittori.

4. Non scrivete d’amore quando sospettate che la vostra ragazza stia frequentando l’istruttore di Zumba un po’ troppo spesso per i vostri gusti. Tenete presente due cose: uno, molto probabilmente siete l’unico che ancora non sa per certo; e due: stabilito che ormai lo sanno tutti, vi sembra il caso di far sapere a tutti che siete stati tanto fessi da non accorgervene, per di più raccontandolo in una livorosa novella? Abbozziamo, è meglio.

5. Non scrivete d’amore cercando di insinuare che l’istruttore di Zumba che esce un po’ troppo spesso con la vostra fidanzata sia un poco di buono. Capisco bene che la miglior vendetta è la vendetta, ma l’idea di inserire nel nostro romanzo un personaggio che gli somiglia, dipingendolo come un cretino totale di dubbia moralità e discutibili frequentazioni non è mai una buona idea, credetemi. Anche perché se scrivete nella stessa frase palestrato e decerebrato, le donne sentiranno solo palestrato. Lo facciamo anche noi, che se qualcuno scrive di una ragazza cretina e tettona non è stiamo lì a chiederci se abbia conseguito un master.

6. Non scrivete d’amore se vivete una storia d’amore contrastata dai genitori di lei. Con la fortuna che ci ritroviamo, fingeremo per dipingere il padre di lei come un ottuso troglodita: ovviamente, verremo immediatamente pubblicati da una grande casa editrice (finora, a ragione, nessuno ci voleva) e il libro finirà in mano al troglodita in questione che ci verrà a cercare per cambiarci i connotati. E’ il karma, bellezza.

7. Non scrivete d’amore se avete la commarella. Che poi sarebbe l’amante.  Se non siete grandi dissimulatori, vostra moglie, che non è scema come a voi, vi sgama in un nanosecondo e, parliamoci chiaro, non avete più l’età per andare a vivere sotto i ponti.

8. Non scrivete d’amore (o di sesso) se volete scandalizzare qualcuno. Le persone che si scandalizzano per il sesso o per l’amore (magari tra gay) non comprano libri, a meno che non li scriviate sul prosciutto cotto.

9. Non scrivete d’amore se siete vecchi. D’accordo, l’amore non ha età e blablabla. Però c’è sempre da considerare che rischiate di fare la figura dell’anziano ai giardinetti con l’impermeabile.

10. Non scrivete d’amore in generale. E’ difficile: tutto è già stato detto, e detto anche molto bene. L’amore sarà anche una cosa meravigliosa, ma per come la vedo io, se non si ha abbastanza classe e manico, è come mettere un bambino di sei anni alla guida di una monoposto Formula Uno. Se va bene, è una brutta figura, ma sono di più le possibilità che si vada a finire male.

*Amleto de Silva, vignettista, autore teatrale, scrittore. Collabora con Smemoranda, Ilmiolibro.it e TvZap. Ha pubblicato Statti attento da me e La nobile arte di misurarsi la palla con Roundmidnight e Stronzology con Liberaria.

Obit anus, abit onus

vel iure vel iniuria… Un giorno esisterà di Rainer Maria Rilke (1875-1926)
Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile,
ma qualcosa per sé,
qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine,
ma solo a vita reale: l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore,
la muterà dal fondo,
la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste,
che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

Il giardino è un viaggio… il giardino all’italiana di Cecil Pinsent

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il giardino di villa I Tatti

Cecil Ross Pinsent FRIBA (Montevideo, 5 maggio 1884Hilterfingen, 5 dicembre 1963) è stato un architetto del paesaggio inglese.

Biografia

Nacque in Uruguay, figlio di Ross Pinsent (un uomo d’affari con investimenti nelle ferrovie) ed Alice Pinsent. Dopo gli studi partì dall’Inghilterra insieme a Geoffrey Scott nel 1907, si stabilì a Firenze, dove entrò a far parte della cerchia di Bernard Berenson. Da questi ottenne con Scott la progettazione della Villa I Tatti, i cui lavori di restauro iniziarono nel 1909. La realizzazione di questa villa a Fiesole portò fama ed altri lavori all’architetto inglese, che si specializzò nei giardini all’italiana.

Sempre a Fiesole, e sempre in collaborazione con Scott, disegnò la ristrutturazione, nel 1909, della Villa Le Balze. Ma il suo capolavoro è considerata la Villa La Foce, nel comune di Chianciano Terme, progettata e realizzata tra il 1927 e il 1939. Il suo giardino è paradigmatico del ritorno allo stile formale italiano, spesso organizzando lo spazio in terrazze collegate scenograficamente da scalinate e passaggi.

Tra le altre opere del paesaggista britannico, sono da ricordare i progetti della Villa dell’Ombrellino a Bellosguardo del 1926, del giardino con piscina di Villa Capponi a Firenze del 1928, del giardino di Villa Sparta (per Elena di Romania) e di restauro della chiesa di San Bernardino a Pienza del 1935.

Bibliografia

  • Giorgio Galletti, Il ritorno al modello classico: giardini anglofiorentini d’inizio secolo in Francesco Nuvolari (a cura di), Il giardino storico all’italiana, Milano, Electa, 1992, pp. 75-85, ISBN 88-435-3887-X.
  • Giorgio Galletti, A record of the works of Cecil Pinsent in Tuscany in Marcello Fantoni, Heidi Flores, John Pfordresher (a cura di), Cecil Pinsent and his gardens in Tuscany, Firenze, Edifir, 1996, pp. 51-59, ISBN 88-7970-079-0.

Giardino La Foce

 

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Strada della Vittoria, 61
Chianciano Terme (SI)
Contatti
• tel. +39 0578 69101
• info@lafoce.com
• La visita dura circa 50 minuti e non è necessario prenotare anticipatamente. Gruppi organizzati di almeno 20 partecipanti possono richiedere una visita in altri giorni.

 

Il giardino La Foce è stato concepito dall’architetto Cecil Pinsent su ordinazione di Antonio e Iris Origo, scrittrice di fama inglese. L’obiettivo era valorizzare la casa rinascimentale ed espandere la vista sulla Val d’Orcia e il monte Amiata. Antonio Origo, si occupò della bonifica di questa valle allora poverissima, mentre Iris si dedicò ai suoi libri, al benessere sociale della popolazione contadina e al giardino. Quest’ultimo è cresciuto a poco a poco, tra il 1925 e il 1939. La casa è circondata da un giardino formale italiano diviso in geometrico ‘stanze’ da siepi di bosso, con piante di limoni (Citrus Limon). Scale di travertino portano al roseto e a un pergolato ricoperto di glicine (Wisteria sinensis) e delimitato da siepi di lavanda. Pendii terrazzati salgono su per il colle, dove ciliegi (Prunus avium), pini e cipressi crescono tra ginestra selvatica (Spartium junceum), timo (Thymus vulgaris) e rosmarino (Rosmarinus officinalis). Un sentiero attraversa il bosco e collega il giardino con il cimitero di famiglia, considerato una delle migliori creazioni di Pinsent.

Il giardino è un viaggio… Le nuvole di bosso di Jacques Wirtz

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Jacques Wirtz

From Wikipedia, the free encyclopedia

Jacques Wirtz (born 31 December 1924) is a Belgian landscape gardener.

Wirtz was born in Schoten, a suburb of Antwerp. His family were stockbrokers. He studied landscape architecture at a horticultural school in Vilvoorde. He was forced to work in a nursery in Germany during the Second World War. He started his own business in 1950, as garden designer and later landscape architect. He has four children. His sons Martin (born 1963) and Peter (born 1961) joined the firm in 1990. It is the largest landscape design business in Belgium.

Wirtz is particularly noted for his use of evergreens clipped to create undulating “clouds” of foliage, creating a green architecture that lasts all year, together with a retrained palette of herbaceous planting. He believes that his gardens should preserve and enhance the spirit of place, rather than stamping his own mark on the landscape.

He came to public notice after being commissioned to design the garden for the Belgian pavilion at Expo ’70 in Osaka. Perhaps his largest public commission was the redesigned Jardin du Carrousel in the Tuileries Gardens in Paris, a long-running project which started in 1990 and was completed in 2004. President Mitterrand also asked him to redesign the gardens at the Élysée Palace (1992). In addition to many small and large gardens for industrial or domestic settings, his firm has designed gardens in Belgium at Cogels Park in Schoten (1977), the campus of Antwerp University (1978), Bremweide Park in Antwerp (1978), for the Belgian headquarters of BMW at Bornemat (1985), a garden running down the centre of Albert II Boulevard in Brussels (1992), and gardens at the Château De Groote Mot in Borgloon (1994), part of the garden at the Château de Hex in Heers (1995), and the garden at the Château de Vinderhoute (1997); in Luxembourg, for the Banque de Luxembourg (1996) and Banque Générale du Luxembourg (1997); and the renovated garden at Alnwick Castle (2001), and Jubilee Park in Canary Wharf in England. Some people stated he is also involved with the renovation of the garden of the 1000-year old temple complex at Khajuraho in India, a World Heritage Site containing over 80 Hindu temples in an area of about 8 square miles (21 km²), but this is not correct.

He received the Golden Medal of the Royal Flemish Academy of Belgium for Science and the Arts in 2006, when he was compared with André Le Nôtre, William Kent, and Lancelot Brown.

References

Piante spontanee… e fiori di Sardegna

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Certe poesie, dipinti, brani musicali o fotografie sono per me l’espressione di uno sguardo capace di vangare, scavare e dissodare il reale per restituirci infinite possibilità di riflessione… che vanno oltre un’emozione o una sensazione di superficie.

Si ringrazia A. Ledda per le fotografie di questo post.

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Corbezzolo… e Corbezzolo frou frou

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Cisto

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Smilax aspera…

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Zafferano…

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Peonie…

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Felce…

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Erica…

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Ogliastra – Tacchi d’Ogliastra e Sentiero delle aquile – Nuraghe Serbissi

 

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D’Ogliastra, i Tacchi

Salto singolo

a pié pari

nell’acqua… bassa.

Intinto un pensiero

di aere purpureo.

Tacchi d’Ogliastra

attorno.

Sperso nel mio io.

Vino rubeo in chiuse fresche grotte.

Mescite per amici.

Abito il blu, il verde, l’indaco.

Non raccontarmi nulla

dimentica di dover dire

qualunque cosa.

Carlo Salis 1889

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FORESTE E PARCHI DELLA SARDEGNA

 Tacchi d’Ogliastra

 I Tacchi d’Ogliastra occupano una porzione importante del territorio ogliastrino. Sono monti calcareo-dolomitici il cui nome deriva dalla tipica conformazione simile ad un tacco di scarpa. Tra questi il Perda Liana (Gairo) è il più famoso rappresentante. Si ricordano inoltre il Tacco di Monte Tisiddu, il Tacco Arba di Ussassai, il Monte Lumburau, il Monte Arquerì, il Taccu Anguil’e Ferru e Punta Corongiu di Jerzu. Altri siti di notevole bellezza sono rappresentati dal passo di San Giorgio, vicino a Osini, e dalle grotte di Su Marmuri (Ulassai). La geomorfologia di questo territorio è caratterizzata da vasti affioramenti di rocce paleozoiche, rappresentate da scisti del Siluriano, che costituiscono il basamento cristallino sul quale poggiano le formazioni calcaree del mesozoico. Sui Tacchi si possono visitare luoghi selvaggi ed habitat unici in Sardegna. Spettacolare è la varietà di specie animali e vegetali di particolare pregio naturalistico, con una presenza di specie endemiche di tutto rilievo. Nell’area dei Tacchi insistono numerosi ed interessanti insediamenti nuragici, tra cui si ricordano quello di Serbissi, Sanu, Urceni, Mela, Is Cocorronis, Pranu e Su Samuccu. L’area dei Tacchi preserva le antiche attività agropastorali come l’allevamento, la viticoltura (Cannonau di Jerzu) e l’artigianato.

Sentiero delle aquile – Nuraghe Serbissi C-521A

Il sentiero, che passa attraverso luoghi di notevole interesse paesaggistico, inizia nei pressi del piccolo centro di Gairo Taquisara. Il tratto iniziale del tragitto, sul versante alla sinistra orografica del rio Taquisara, è coperto da una pineta. Successivamente, risalendo il versante, si raggiungere una zona panoramica senza copertura arborea ma caratterizzata dalla forte componente rocciosa, dove la roccia calcarea bianca fa da padrona. Con tali pietre è stato costruito l’intero complesso nuragico che si trova sulla cima. In prossimità dell’area archeologica sarà possibile visitare il complesso nuragico con un ampio villaggio costruito nei pressi di una grotta, due tombe dei giganti e due nuraghi monotorre. L’area appartiene al Parco Regionale dei Tacchi.

Punto di partenza: Gairo Taquisara
Punto di arrivo: Nuraghe Serbissi
Grado di difficoltà: sentiero escursionistico
Lunghezza: 2.0 km
Tempo di percorrenza: 1 h 00 min
Dislivello: 200 m m
Zona geografica: Tacchi d’Ogliastra

Medio Campidano – Da Masua lungo la Costa Verde… Miniera di Pranu Sartu, Buggerru, Capo Pecora, Piscinas… diretti a Montevecchio…

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Lasciata la spiaggia di Masua proseguiamo verso Buggerru, attraversiamo una valle con vestigia di case imponenti nascoste tra i pochi alberi delle pendici, segnalate dalle palme tipiche nei giardini di inizio Novecento. Un altopiano compare all’improvviso e vi porta in vista del mare, lasciando intravedere le rovine di un villaggio di minatori (miniera di Pranu Sartu). Parcheggiate lungo la carrareccia non asfaltata, ma agibile anche per le utilitarie ed esplorate i resti di muri quasi completamente ricoperti dalla vegetazione… L’emozione vi lascerà senza fiato.

Se volete fare una pausa o mangiare dell’ottimo pesce fermatevi in un chiosco che scherza con un famoso nome di fast food… Mc Sulcis

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Proseguite e lasciatevi stupire da una Sardegna ancora diversa, selvaggia, aperta…  popolata da dune e spiaggie immense… Capo Pecora, Piscinas…

Miniera di Planu Sartu (Pranu Sartu)

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La Storia

La miniera di Planu Sartu (o Pranu Sartu) è ubicata sull’altopiano calcareo ad ovest di Buggerru in prossimità del villaggio minerario. Tale miniera fu scoperta nel 1869 dalla Società Miniere di Malfidano e raggiunse l’apice di produzione agli inizi del ‘900, ospitando all’interno del villaggio minerario 2750 operai. Questo permise al villaggio di Planu Sartu di ottenere un certo grado di autonomia rispetto al vicino paese di Buggerru. La coltivazione della calamina avvenne sia a cielo aperto che in sotterraneo, utilizzando tra l’altro la Galleria Henry che serviva da collegamento tra i cantieri sotterranei e la laveria di Buggerru. Negli anni ’40 la miniera venne acquistata dalla Pertusola, ma nel 1956 i cantieri vennero definitivamente chiusi.

Le masse calaminari si presentavano pressoché prive di piombo, allungate secondo la direzione di stratificazione del calcare (Nord-NordOvest). Alla fine dell’800 queste mineralizzazioni non particolarmente compatte venivano coltivate a cielo aperto; il costo di coltivazione ammontava a 3-4 lire per metro cubo estratto.

Dopo un lungo abbandono, la Galleria Henry è stata riaperta e resa fruibile per i turisti; stessa sorte si auspicherebbe per il villaggio minerario di Planu Sartu, di proprietà dell’IGEA, (Per info: 0781491300 – http://www.igeaminiere.it). che è stato oggetto di un recente Bando Regionale mirante alla riqualificazione dell’intera area.

La Costa Verde

Fonte http://www.lacostaverde.it È così chiamata per via della ricchissima vegetazione di lentischio, ginestra, corbezzolo e ginepro che scende dalle montagne fino al mare fra valli e dune di sabbia.

La Costa Verde, o Marina di Arbus, si estende sulla costa Sud Occidentale della Sardegna per circa 47 chilometri, in un susseguirsi di chilometriche e splendide spiagge, interrotte da cale rocciose, scure ed imponenti scogliere che scendono a picco sul mare e deserti di sabbia intercalati dalla profumata macchia mediterranea.

Tutt’intorno monti ed arbusti modellati dal migliore fra gli scultori: il vento. Non è raro infatti incontrare ginepri o altri arbusti piegati quasi fino al suolo come in un elegante inchino ad una natura ancora incontaminata e regale che non chiede altro che essere rispettata.

 

Scivu

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La spiaggia di Scivu, lunga circa tre km, è parte della prestigiosa Costa Verde e si presenta con un fondo di sabbia chiara a grani medi delimitata da una scogliera ed orlata da candide dune. La spiaggia è raggiungibile solo a piedi dal posteggio della spiaggia di Nuraci o camminando lungo la costa, oppure ancora passando nelle dune circostanti. La sua particolarità consiste nella presenza di grosse distese sabbiose addossate a imponenti pareti rocciose. Il colore del mare a tratti turchese risulta essere particolarmente gradevole soprattutto nei periodi estivi, durante i quali i riflessi del sole favoriscono degli impatti cromatici di assoluta bellezza.

Come arrivare

La spiaggia è facilmente raggiungibile percorrendo la SS 126 verso Guspini: è segnalata e vi si giunge attraverso una strada di montagna non asfaltata.

 

Piscinas

foto di A. L.
 
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Situata in una zona isolata e di grande bellezza naturalistica, la spiaggia di Piscinas, lungo l’arenile della Costa Verde, è circondata per qualche chilometro da dune altissime (tra le più alte d’Europa), ancora vive e modellate dal maestrale, il cui colore giallo ocra è interrotto, a tratti, da cespugli di sparto pungente, dalla carota spinosa, dal giglio di mare e, verso l’interno, da ginepri e vecchi olivastri che diventano dei piccoli boschetti. In certi periodi si possono vedere i cervi che si spingono sino al mare e nel mese di giugno, le tartarughe marine che depongono le loro uova. Durane le immersioni, si possono notare anche tracce del relitto di una nave inglese che, carica di piombo e armata di un cannone, riposa tra la sabbia da qualche centinaio di anni.

Come arrivare

Alla spiaggia ci si può arrivare in due modi: o passando da Guspini e facendo il giro delle miniere o passando da Arbus e scendendo in direzione Ingurtosu e poi Piscinas. In entrambe le soluzioni dalla SS 131 si prende l’incrocio San Gavino, Guspini e si va in direzione Guspini o Arbus a seconda della scelta. Una volta arrivati a Guspini si prosegue in direzione Montevecchio (6 km) e da qui si prendono le indicazioni per la spiaggia di Piscinas (la strada è per 10 km non asfaltata) si possono ammirare affascinanti paesaggi e le famose miniere dell’arburese. Passando da Arbus invece, si giunge nel centro abitato e si prosegue in direzione Ingurtosu. Dopo circa 6 km dal paese di Arbus si trova sulla destra un bivio per Ingurtosu. Giunti nella piccola frazione mineraria si prosegue poi per la spiaggia di Piscinas (la strada è segnalata).

SARDEGNA IN LIBRERIA COL ROMANZO “NOTTE A IS ARENAS” DI GIAMPAOLO PANSA UN RITORNO NEI SUGGESTIVI SCENARI DELLA COSTA VERDE
(N° 495 – del 07/2010)

SARDEGNA IN LIBRERIA COL ROMANZO “NOTTE A IS ARENAS” DI GIAMPAOLO PANSA UN RITORNO NEI SUGGESTIVI SCENARI DELLA COSTA VERDE
Alessandro Carta

Per i più attenti è un ritorno, caro ritorno, di Giampaolo Pansa con il suo originario “Ti porterò fuori dalla notte” edito da Sperling Kupfer nel 1998. A riproporlo, questa volta, è l’editrice sarda “Il Maestrale” di Nuoro con un titolo più intrigante, almeno per i Sardi, “Notte a Is Arenas”. Il romanzo, però, è il medesimo e si rilegge volentieri.
Esso è praticamente ambientato quasi per intero in Sardegna, in quella parte di Sardegna misteriosa e carica di storia legate alle miniere, tra l’Iglesiente e il Guspinese, con al centro la costa e le dune di sabbia di Piscinas-Is Arenas di Arbus.
La trama del romanzo, cucita sulla drammatica sequenza di delitti commessi negli “anni di piombo” da Brigate rosse, Lotta continua, Potere operaio, Servire il popolo, Avanguardia operaia, Autonomia operaia, maoisti, ecc. vede al centro un noto e bravissimo giornalista, Bruno Viotti, il quale, traumatizzato e preso dal rimorso del suo lavoro di seguire morti violente, decide di far perdere le tracce di se, parte da Milano per una meta che ai più rimane segreta. Antonio Annarumma, Piazza Fontana, Giuseppe Pinelli, Luigi Calabresi, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, Francesco Coco, Vittorio Padovani e Sergio Bazzega, Carlo Casalegno, Aldo Moro, Vittorio Bachelet, Guido Rossa, Emilio Alessandrini, Giuseppe Taliercio, Lando Conti, Roberto Ruffilli, Walter Tobagi erano stati i casi trattati da Bruno Viotti, con i relativi processi per conto del “Corriere”.
“Quelle che mi hanno ferito non sono state le menzogne delle tante polizie, dei servizi segreti e spesso dei magistrati. In qualche modo me le aspettavo: il potere si cautela, e per durare è disposto a qualunque trucco sporco…più turpi mi sono sembrate le falsità di quelli che si dichiaravano a sinistra della sinistra. Si presentavano come angeli sterminatori della società infettata dal capitalismo e si sono subito rivelati uguali, e spesso più laidi, di coloro che volevano abbattere. Mi è rimasta in mente un’ammissione del terrorista che ha ucciso Tobagi: nella speranza di sconfiggere il potere, lo abbiamo riprodotto sino ad arrogarci il potere della vita e della morte”.
Intorno alla vicenda di Bruno Viotti, ormai “lontano dal mondo” e solo con se stesso, si innesta una inaspettata ricerca. “Nel centro di Parigi, in una grande casa da ricchi, vive Angela Mercier, una giovane donna dal corpo malizioso e dallo sguardo determinato. Un giorno del febbraio 1997, Angela apprende che in Italia è sparito all’improvviso il famoso giornalista Bruno Viotti. Molti lo danno per morto, ma la ragazza, spinta da una ragione che soltanto lei conosce, si mette in caccia per trovarlo e fargli pagare un conto che riguarda la propria vita. Viotti è ancora in grado di saldare il debito?
Angela tenta di scoprirlo con un viaggio a ritroso nell’esistenza del giornalista, per capire quale uomo sia stato e sciogliere l’enigma che avvolge la sua fuga dal mondo”.
Dopo diverse peregrinazioni nel Nord Italia e a Roma, Angela trova un’indicazione assai verosimile dove il Viotti potrebbe essersi nascosto. Così sbarca in Sardegna, arriva sulla Costa Verde, esattamente a Piscinas, e scopre un mondo naturalistico che non avrebbe mai pensato di conoscere. Qui Giampaolo Pansa dà fondo al personale spessore di giornalista-scrittore per illustrare, quanto meno incuriosendo il lettore, gli ambienti che da Nebida portano a Masua, quindi a Cala Domestica, Buggerru, le dune di Piscinas, i boschi di Ingurtosu. Un’archeologia industriale e storia mineraria di primissima valenza che Pansa ha studiato in maniera scrupolosa, prima di passarle nel suo romanzo. Sono aspetti che danno dimensione all’insieme, e che contribuiscono ad accrescere il mistero che sta dietro l’angolo di ogni pagina “viottiana”.
“Un pianeta dalla bellezza intatta e anche un luogo di magie, di premonizioni e di fantasmi, che emergono dalle viscere di quell’Eldorado barbarico dove, un tempo, si celavano tesori d’argento, di piombo e di zinco e dove migliaia di uomini e di donne hanno lavorato e sofferto come schiavi”.
La tenacia della ragazza parigina viene premiata e trova Bruno Viotti il quale però è ancora immerso in quel buio in cui gli “anni di piombo” l’hanno cacciato. Niente sembra riesca a scuoterlo. Solo, ma in apparenza, ci riesce la bellezza della ragazza, ma la trama resta nel buio nel quale qualche rimasuglio degli anni caldi sembra volerlo ricacciare. Angela, alla fine, riesce a portarlo fuori…dalla notte.
“Il Maestrale” di Nuoro ha certamente il merito di aver riproposto un romanzo di vaglia, peraltro scritto da un giornalista-scrittore di vaglia qual è Giampaolo Pansa, e di aver riportato all’attenzione dei lettori buone pagine intrise di suspense, di sana lettura e di promozione di un angolo di Sardegna dove la natura è rimasta intatta e dove persino i dirigenti di miniera hanno mostrato il massimo rispetto per essa.

Buggerru

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È un paese adagiato fra due promontori lungo l’impervia valle del canale Malfidano che declina dolcemente verso il mare; nasce durante la seconda metà dell’800 come centro minerario fino a divenire uno dei più importanti, a livello internazionale, per lo sfruttamento di piombo e zinco. Oggi è un apprezzato centro turistico, grazie al suo mare cristallino, la deliziosa spiaggia, i suggestivi panorami ed il porticciolo turistico, unico vero approdo della costa.

Il paese di Buggerru è raggiungibile dalla SS 131, sia provenendo da Nord che da Sud, ed è anche raggiungibile trovandosi in Costa Verde. Provenendo da Nord lungo la SS 131, uscendo dalla statale a Marrubiu. Provenendo da Sud lungo la SS 131 uscendo dalla statale a Sanluri, oppure sempre da Sud, ad esempio da Fluminimaggiore lungo la SS 126. Provenendo dalla Costa Verde, ad esempio dalla località di Portu Maga, percorrendo la costa verso Piscinas, attraversando la valle delle vecchie Miniere fino a Ingurtosu, per raggiungere la SS 126.

 

Capo Pecora

La spiaggia di Capo Pecora si trova nella località di Buggerru e nel comune di Arbus. Si presenta con un fondo di sabbia chiara a grani grossi delimitata da scogliere a strapiombo sul mare. Le sue acque sono particolarmente limpide e un effetto cromatico suggestivo è offerto dalla mescolanza del dorato della sabbia, del colore delle rocce, dal tappeto di vegetazione tipica della macchia mediterranea che ricopre le dune.

Come arrivare

E’ raggiungibile percorrendo la strada provinciale 105 verso nord fino alla fine: la spiaggia è segnalata.