Philippe Daverio fu Napoleone e il Regno di Sardegna

I ritratti dei Viceré: “Molti di loro si presentano in Sardegna in perfetto francese (…) Forse il primo gesto propiziatorio per il turismo benedetto dall’altro Vicerè Costanzo Faletti Marchese di Barolo, arcivescovo di Cagliari, Primate di Sardegna e di Corsica, anche lui curioso con una faccia che sembra quella di Wolfang Goethe (…) un altro vestito perfettamente col gusto neoclassico dell’oppressore napoleonico (…)”

Cencepentola 

1392234774925.jpg;filename_=UTF-8''13922347749255cbb autore del dipinto Davide Dotti

C’era una volta, una volta c’era c’era

in un piccolo regno una grande e antica casa circondata da terre fertili in cui pascolavano greggi grasse e cavalli possenti. Era abitata da una casata della piccola, piccolissima nobiltà terriera e dai suoi famigli, poco considerata a corte cosa di cui non si rammaricava punto poiché viveva in grande armonia tra cani e greggi a scapito dei fasti e delle sete. I camini scoppiettavano allegri in ogni stanza, si raccontavano storie e nessuno soffriva la fame del ventre o del cuore.

Ecco che giunse un inverno particolarmente rigido che mise a dura prova abitanti ed animali in tutto il reame.

Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Hunters_in_the_Snow_(January)_-_WGA3434 Pieter Bruegel il Vecchio “Cacciatori nella neve” 1565

In ogni famiglia il freddo invincibile portò via qualcuno per sempre ed anche la grande casa fu colpita dal dolore: la padrona e due bimbi salirono in cielo lasciando tutti nello sconforto. Il padre e marito non sopportando il silenzio cupo che permeava le stanze decise di risposarsi con una lontana cugina rimasta vedova e sola al mondo con una prole numerosa: cinque femmine e due maschi.

Egli sperava di alleviare la sua tristezza e quella della sua unica figlia rimasta, Isabella.

Le nozze con la lontana parente avvennero in primavera, l’estate trascorse in una ridente e apparente serenità, ma giunto l’inverno l’insofferenza mai prima manifestata dalla nuova padrona per la vita in campagna si rese molto evidente e questo cambiò completamente le abitudini della famiglia.

Fu preso in affitto un bel palazzo in città, si iniziarono a frequentare i balli e gli impegni di corte come mai prima era avvenuto. Sete, velluti, precettori stranieri tutto era profuso per la nuova vita mentre la campagna languiva nell’abbandono. Isabella rifuggiva le danze, gli spettacoli e le feste di corte. Preferiva rimanere a casa lontano dalla confusione, dalle ipocrisie e dalle invidie. Quella vita comunque fruttò tre matrimoni di rango: i due fratellastri impalmarono delle nobili del Nord e una delle figlie della matrigna con un ricco mercante delle terre del Sud.

Ben presto però il padre fu costretto, per mantenere quel tenore di vita, a partire per isole lontane alla ricerca di commerci vantaggiosi. Dopo qualche mese giunse la tragica notizia che egli era morto nel naufragio della nave senza che nulla si salvasse del prezioso carico.

XKH223171 Andreas Achenbach

La matrigna dovette perciò ritirarsi di nuovo in campagna con le due figlie che non era riuscita a maritare e la figliola del marito. Il suo umore era tetro e colmo di rabbia frustrata che sfogava sull’inconsapevole Isabella. Ben presto fu necessario rinunciare alle comodità, molte stanze vennero chiuse e lasciate disabitate, i servitori si ridussero sempre più finché divenne impossibile coltivare i campi o tenere del bestiame. La terra s’inselvatichiva, rovi e animali selvatici occupavano i prati e la foresta avanzava attorno ai campi. Isabella faceva il possibile per aiutare, si occupava dei pasti e di scaldare le stanze in uso, di lavare e rassettare gli abiti della matrigna e delle sorellastre, eppure non raccoglieva gratitudine, ma solo scherno. La chiamavano Cencepentola a causa degli abiti logori e della sua passione per la cucina. Con fantasia e amore univa ingredienti poveri che trovava qui e là, erbe selvatiche, radici dolci e amare, fiori e ne ricavava zuppe fragranti e piccoli pani profumati. Persino un’uovo sodo poteva suscitare emozioni quando lo univa al tarassaco di campo scottato in un’ombra di strutto con nocciole tostate. Ogni cosa diventava un piatto da Re. Trascorrevano i giorni in quieta fatica senza che nulla lasciasse sperare in un miglioramento. L’egoismo regnava sovrano, non c’erano più racconti accanto al fuoco e sorrisi. Cencepentola però conservava nel cuore una profonda gioia di vivere e di dare.

Nel piccolo reame non accadeva mai nulla di particolarmente sconvolgente ecco perché la notizia che il figlio del re si fosse ammalato di una grave forma di inappetenza generò grande sgomento. Come un lumicino lui si spegneva a poco a poco avvolto da una tristezza infinita. La sua vita trascorsa a guardare commedie, inseguire dame compiacenti, giocare all’aperto e andare a caccia, scrivere insulsi messaggi ad altri principi e principesse senza curarsi d’altro che di sé stesso lo aveva annoiato al punto che nulla sembrava salvarlo da uno stato di accidia perenne. Alcuni dicevano che fosse vittima di un sortilegio, che una qualche fata irritata dalla sua indifferenza alle disgrazie umane lo avesse condannato a non provar più gioia…. ma queste cose si sa non son vere son materia delle favole.

Il Re comunque fosse era disperato e chiamò a consulto molti medici e cerusici, ma nulla serviva. Un giorno quando ormai sembravano perse le speranze arrivò a palazzo inviato dall’imperatore delle terre del Sol Levante un anziano medico. Prese il polso del Principe, gli osservò gli occhi, la lingua e disse: “al Principe manca il nutrimento dell’anima non quello del ventre, cercate nel regno mani sapienti che sappiano fornirglielo”.

250px-Giovanni_Domenico_Tiepolo_013 autore G. D. Tiepolo

L’archiatra di Corte interpretò che al Principe occorreva una moglie che lo amasse e che sapesse cucinare. Il Gran Ciambellano suggerì allora al Re di indire un proclama. “La fanciulla senza guardare al rango e al ceto che avesse cucinato il piatto più gradito al Principe distogliendolo dal suo male avrebbe avuto l’onore di sposarlo”. Tutte le famiglie misero sotto le fanciulle di casa, ma non ce n’era una che fosse in grado di cucinare. Vennero attivate le cuoche esperte di casa e le massaie… In fondo pensavano le madri che sarebbe bastato che il piatto venisse dalla casa per ingraziarsi la scelta. Tutti quindi si diedero da fare a rispolverare o inventare deliziose pietanze per guarire il principe Gerardo. Ogni giorno al castello arrivavano trionfi di galantine, ballottine, aspic, terrine, roulade e paté di ogni tipo. Pavoni, quaglie, pesci ed ogni altro manicaretto elaborato, ma nulla, il Principe non trovava nulla che lo invogliasse a mangiare.

1280px-still_life_with_turkey_pie_1627_pieter_claesz autore Pieter Klaesz 1627

La matrigna vendette gli ultimi gioielli per chiamare un cuoco francese e mandare a palazzo a nome delle figlie delle prelibatezze introvabili… Brodo di tartaruga e carni al cioccolato. Nulla nemmeno quelle ebbero effetto.

Cencepentola non era interessata a sposarsi, era al contrario molto più preoccupata per la salute di alcuni carbonai che si spostavano con i loro figli vivendo nei boschi … e così prese la sua pentola preferita, un po’ di formaggio, vino e pane e raggiunse il bosco attorno alle mura della città dove sapeva di trovarli accampati. Accese il fuoco e andò pazientemente in cerca di radici dolci e ortiche. Il profumo della sua zuppa sciolse la diffidenza dei transumanti e salì fin oltre le mura diffondendosi in città finché giunse alla stanza del Principe. Egli si sentì inondato di energie indossò un logoro mantello e seguì quel delizioso aroma fino al bosco.

Nella radura vide una fanciulla ricoperta di stracci accanto ad un pentolone di rame circondata da ragazzini e adulti neri come il carbone. Si avvicinò timoroso, ma fu accolto da un grande e dolce sorriso.

Isabella non aveva riconosciuto il Principe ed aveva scambiato quel giovane magro e scavato per un povero ragazzo di stalla. Fu ben felice di offrirgli tutto ciò che poteva. Zuppa, pane, formaggio stagionato e un po’ di vino rosso. Le gote di Gerardo si fecero rosee e gli venne una gran voglia di cantare e ridere. Sarebbe tornato anche il giorno dopo.

Fu così che inspiegabilmente il Principe rifiorì senza toccare nemmeno una delle eleganti pietanze che continuavano ad arrivare a palazzo. Il Re era al settimo cielo e curiosissimo di scoprire il segreto del Principe che si faceva ogni giorno più abile per eludere i servi e correre dalla sua Cencepentola per gustare patate alla brace, risotto alle ortiche, fragoline di bosco e conigli selvatici o zampe di rana e pesci gatto in umido.

Il Principe comprese che nel dono risiedeva il segreto di una vita felice e poco importa se riuscì o meno a sposare Cencepentola, il fatto straordinario fu che da allora in poi non sprecò più il suo tempo inseguendo inutili gratificazioni.

 

La bella e la bestia di C.J.F. Smet 

   Illustrazione di Walter Crane

C’era una volta in un tempo lontano, un lago circondato da ripide pendici. Una fitta foresta di lecci, larici, querce e castagni creava ombre sulle acque buie, profonde e calme come il carattere dei suoi abitanti. La ricchezza di quelle terre nasceva dal fiorente commercio del legname che avveniva via fiume su grandi zattere. Era sorto attorno al piccolo attracco del porto fluviale un borgo animato da mille botteghe. 

Un triste giorno uno dei principali commercianti, un uomo anziano, austero e lavoratore, perse all’improvviso la sua adorata moglie e tutti i preziosi carichi di merci che aveva mandato in lontane città. Si ritrovò solo a crescere tre ragazze e per di più in gravi ristrettezze. Vendette tutto ciò che aveva per non lasciare debiti e si trasferì alle porte del paese in una piccola casa con un orto e delle galline. La figlia maggiore, Isabella, lo aiutava nell’istruzione delle sorelle e gestiva la casa, mentre le più piccole, due gemelle, crescevano i polli un po’ ridendo un po’ rese serie dal nuovo compito.

Il commerciante, apprezzato per le sue doti mercantili, spesso doveva allontanarsi alla ricerca di affari per conto di altri. Le fiere, spesso, erano distanti dal lago parecchie giornate di cammino. Durante uno di questi viaggi si perse in un bosco fitto e sinistro. La notte, scesa repentinamente, ed il freddo lo colsero all’improvviso mentre cercava di orientarsi. Disperato vide nella bruma umida in salita dal sottobosco un lume lontano e lo raggiunse pieno di speranza. Una torcia splendeva accanto ad un cancello arrugginito e incorniciato da luppolo selvatico. Le ombre scure di un giardino incolto nascondevano alla vista un palazzo dall’aspetto molto antico. Guglie, pinnacoli e capitelli si stagliavano contro un cielo nero illuminato da una pallida luna. Un’altra torcia illuminava un enorme portone in legno scolpito che si spalancò davanti a lui. All’interno un salone, una tavola imbandita di ogni ben di Dio ed un camino acceso lo accolsero nel silenzio assoluto. Chiamò e richiamò sentendo solo l’eco della sua voce rimbombare lungo lo scalone e probabili quanto invisibili corridoi. Rifocillatosi si addormentò adagiato su una comoda poltrona di damasco purpureo posta vicino al fuoco.  Al mattino mani ignote avevano preparato la colazione, i suoi stivali infangati e rovinati si trovavano asciutti e lucidi accanto a lui. Il profumo del pane fresco, la vista di grassi formaggi, frutta e latte caldo lo invitavano a tavola. Mangiò lieto e ad alta voce ringraziò ancora il vuoto. Rincuorato dal riposo e dai pasti squisiti, uscì in giardino certo che, con la luce del giorno, avrebbe ritrovato il cammino. Era ottobre.  Accanto ad una fontana senz’acqua, seminascosto dalla vegetazione spontanea, vide un magnifico roseto rampicante. Due fiori, delicati e meravigliosi, resistevano al freddo regalando bellezza e profumo indicibili. Pensò di prenderne una per farne dono alla sua figliola maggiore che all’epoca degli agi si dedicava con amore ad un antico roseto. Estratto il coltello che aveva sempre con sè, recise il delicato e spinoso stelo. Non appena lo fece un urlo terrificante fece scricchiolare i carpini e fuggire gli uccelli. Spaventato si volse e di fronte a lui vide una creatura orribile ricoperta di una pelle di rospo rugosa e umida piena di setole nere, aveva artigli al posto delle dita e denti aguzzi e fitti e due lunghe zanne d’avorio tra labbra carnose e tumide. Indossava abiti fastosi di seta ed aveva vaghe fattezze umane nella figura eretta. “Come osate?” Lo apostrofò. “Vi ho ospitato, nutrito e accolto e voi mi ringraziate derubandomi di una delle sole cose belle rimaste intorno a me?!” Terrorizzato il mercante cadde seduto a terra. “Io so chi siete ed ora voi mi donerete ciò che di più bello avete, vostra figlia maggiore!” Le suppliche, le scuse più accorate non ebbero alcun esito. Nulla fece commuovere la Bestia che pretese il pagamento dell’affronto. Concesse al mercante, tuttavia, di preparare e portare lui la figlia entro tre giorni, in caso contrario se non l’avesse vista giungere spontaneamente, egli l’avrebbe rapita. Rassegnato all’orribile idea di perdere Bella, come la chiamavano in famiglia, il mercante tornò a casa. Le figlie, preoccupate dalla sua assenza, lo festeggiarono a lungo. Lui non osò raccontare subito la sua disavventura, ma Bella si accorse che il padre aveva il cuore pesante. “Babbo ditemi che cosa vi angustia, siete ormai a casa e al sicuro, dunque che cosa vi turba?” Piangendo egli raccontò che cosa avrebbero dovuto affrontare l’indomani. Bella non si perse d’animo, fece in segreto i bagagli e al mattino presto salì sulla carrozza nera tirata da sei cavalli bianchi mandata, secondo gli accordi, dalla Bestia. Il viaggio fu agevole, all’arrivo nessuno si presentò e per qualche giorno lei trovò camini accesi, cibo e vestiti preziosi senza parlare con anima viva. Una sera, mentre cercava di trovare riposo al susseguirsi di pensieri e dubbi nella lettura, una voce forzatamente addolcita proveniente da un angolo buio della stanza le chiese come stesse. Bella rispose con gentilezza ringraziando e cercando di trattenere la paura e calmare i battiti impazziti del suo cuore. La voce le chiese che cosa amasse leggere e poi le disse di seguire la debole luce di una candela. La fanciulla attraversò corridoi ricolmi di dipinti impolverati e statue di marmo candido piene di ragnatele, fino ad una sala immensa ricolma di volumi antichi. La voce disse che qualunque cosa desiderasse le bastava chiedere, ed il silenzio tornò ad avvolgerla. Iniziarono nello stesso modo nei giorni successivi lunghe conversazioni su poeti e scrittori antichi, storici e artisti che divertirono sia lei sia la strana creatura che sempre rimaneva celata nell’ombra. La confidenza tra loro aumentò e con essa le battute di spirito, i giochi di parole e i motti galanti. Bella chiese alla Bestia di non lasciarla da sola durante il desinare, prontamente il mostro l’accontentò e seppur sempre nascosto da cortine di tendaggi splendidamente ricamati o da giochi di luci e penombre non perse un solo pasto. L’inverno trascorse senza eventi straordinari, a primavera, però, Bella divenne triste perchè oppressa da una profonda nostalgia. Non nascose i suoi sentimenti e la Bestia credendo di farle cosa gratita le regalò uno specchio attraverso il quale poter vedere i suoi famigliari lontani. La cosa però non fece che aumentare il dolore sordo che la opprimeva e presto una febbre insidiosa la costrinse a letto. La Bestia preoccupata si prodigava con mille attenzioni e cure pur non mostrandosi mai. Una notte mentre delirava ella si sentì sfiorare da qualcosa in un modo talmente carico di dolcezza che le attenuò la sgradevolezza ruvida del tocco. Il sole sorse, la febbre era scesa e quando Isabella aprì gli occhi si trovò di fronte, addormentata su una poltrona della camera, un essere orribile e ripugnante. Sfinita dalle veglie la Bestia aveva dimenticato la prudenza e si era lasciata sorprendere dal sonno. Il primo istinto di Bella fu quello di fuggire, ma le ore trascorse insieme avevano creato molta confidenza e fiducia. Delicatamente Isabella si alzò e osservò la creatura. Era davvero terribile a vedersi, tuttavia accarezzò la Bestia per sottrarla al sonno e poterle parlare con il cuore pieno di gratitudine. Gli occhi della creatura si aprirono e si rivelarono grandi, scuri e dolci, la fissarono intensamente, finchè il sopraggiungere della consapevolezza di essere a sua volta vista fece sussultare il mostro, il terrore si dipinse in ogni sua fibra e con un balzo scappò nell’ombra. Per giorni non si fece vedere. Isabella lasciava biglietti in tutto il palazzo, sentiva la mancanza di quella mente vivace e affine alla sua, sperava di ridere ancora e ritrovare l’armonia. Una sera mentre i grilli cantavano in giardino e le prime lucciole brillavano tra le siepi lo specchio le mostrò il mercante suo padre gravemente malato e le sorelle disperate. Isabella chiese in uno dei suoi scritti di poter andare ad assistere la sua famiglia promettendo di fare ritorno appena possibile. Bestia allora ricomparve. L’addio fu straziante, carico di parole non dette e di lacrime sospese. Bella promise più e più volte accorata e sincera, che sarebbe tornata e quindi partì. Arrivata a casa fu travolta dalle cure per suo padre, dalla gioia delle sorelle e dell’intero villaggio. Ogni giorno pensava di ripartire, ma qualcosa glielo impediva, un piccolo malessere di una sorella, la tristezza del padre. Scriveva a Bestia ogni giono, ricevendo subito una risposta, tuttavia quando esse si fecero rade non si preoccupò, sembrava che la creatura la lasciasse libera di scegliere se tornare o meno alla loro strana vita. Ad un certo punto il mostro smise di rispondere. Bella ancora non si allarmò. Una mattina, tuttavia, mentre riponeva le sue cose ritrovò lo specchio e per curiosità volle vedere come stava la creatura. La vide in fin di vita ai piedi della fontana delle rose. Disperata e non sollevata come molti si sarebbero attesi, si precipitò al palazzo. Senza guardare pustole setole o artigli abbracciò Bestia e tra le lacrime la supplicò di non morire. L’amore la inondò come un fuoco e con esso la disperazione, baciò gli occhi chiusi e sofferenti del mostro ed infine le labbra secche. Sentì un sospiro uscire da quel povero corpo ed uno scricchiolio risuonare. La pelle iniziò a spaccarsi e sbriciolarsi. Paralizzata Bella chiuse gli occhi temendo uno spettacolo disgustoso fatto di viscere ed ossa. Attimi eterni passarono nel silenzio, fino a quando fu distolta dal terrore dal tocco di una mano. Sì era distintamente una mano. Riaperti gli occhi vide un uomo dallo sguardo straordinariamente intenso e cupo, non bello d’aspetto, ma virile e sorridente che le disse: “Mi hai liberato dal mio stesso male, un egoismo smisurato e cieco che ha distrutto tutto intorno a me, ed il mio amore che ti ha trovato nel mondo vasto e vuoto renderà ora libera te. Tu sei Isabella”.

                                                                                                   Fine         

(Fonte wikipedia: La bella e la bestia (titolo francese: La belle et la bête) è una famosa fiaba europea, diffusasi in molteplici varianti, le cui origini potrebbero essere riscontrate in una storia di Apuleio, contenuta ne L’asino d’oro (conosciuto anche come Le metamorfosi) e intitolata Amore e Psiche. La prima versione edita fu quella di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, pubblicata in La jeune américaine, et les contes marins nel 1740. Altre fonti, invece, attribuiscono la ricreazione del racconto originale a Giovanni Francesco Straparola nel 1550 che potrebbe essere stato ispirato da una storia vera avvenuta sulle sponde del Lago di Bolsena, in provincia di Viterbo. La versione più popolare è, tuttavia, una riduzione dell’opera di Madame Villeneuve pubblicata nel 1756 da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont in Magasin des enfants, ou dialogues entre une sage gouvernante et plusieurs de ses élèves. La prima traduzione, in inglese, risale al 1757.)

Dama Dama, il ritorno!

  
Il daino (Dama dama Linnaeus, 1758), conosciuto anche con il termine arcaico di damma o dama, è un mammifero artiodattilo della famiglia dei Cervidi. 
   

In Italia la specie si estinse alla fine dell’era glaciale, come testimoniato da pitture rupestri del Neolitico presenti un po’ in tutta la Penisola. La sua presenza non è documentata durante il periodo romano, mentre i daini vivevano sicuramente in Italia durante il Medioevo. Le popolazioni più antiche presenti sul territorio nazionale sembrerebbero essere (in base al grado di polimorfismo genetico) quelle di San Rossore e di Castelporziano, oltre a quella, oramai estinta, della Sardegna, attualmente rimpiazzata da individui di recente introduzione. Popolazioni semiselvatiche di daino sono presenti nella maggior parte dei grossi parchi e riserve italiani, con l’eccezione delle regioni di Abruzzo e Molise. (Fonte Wikipedia)

 

Perchè restare di Giorgio Caproni

   
Foto di A. Ledda 

Chi sia stato il primo, non

è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.

Poi, uno dopo l’altro, tutti

han preso la stessa via.

Ora non c’è più nessuno.

La mia

casa è la sola

abitata.

Son vecchio

Che cosa mi trattengo a fare,

quassù, dove tra breve forse

nemmeno ci sarò più io

a farmi compagnia?

Meglio – lo so – è ch’io vada

prima che me ne vada anch’io.

Eppure, non mi risolvo. Resto.

Mi lega l’erba. Il bosco.

Il fiume. Anche se il fiume è appena

un rumore ed un fresco

dietro le foglie.

La sera

siedo su questo sasso, e aspetto.

Aspetto non so che cosa, ma aspetto.

 Il sonno. La morte direi, se anch’essa

da un pezzo – già non se ne fosse andata

da questi luoghi.

Aspetto

e ascolto.

(L’acqua,

da quanti milioni d’anni, l’acqua,

ha questo suo stesso suono

sulle sue pietre?)

Mi sento

perso nel tempo.

Fuori

del tempo, forse.

Ma sono

con me stesso. Non voglio

lasciare me stesso uscire

da me stesso come,

dal sotterraneo

il grillotalpa in cerca

d’altro buio.

Il trifoglio

della cìttà è troppo

fitto. lo son già cieco.

Ma qui vedo. Parlo.

Qui dialogo. lo

qui mi rispondo e ho il mio

 interlocutore. Non voglio

murarlo nel silenzio sordo

d’un frastuono senz’ombra

d’anima. Di parole

senza più anima.

Trascorso l’ovvio

Trascorso l’ovvio periodo estivo in cui l’Isola la fa da padrona su tutti i social, ritorniamo noi qui ove la bruma cala e l’umidità abbraccia i corbezzoli fruttiferi e le rocce calcaree, ove le ghiandaie e le poiane s’inchinano a piccole e maestose acquile, ove i camini ornati di ginepri caduti s’accendono di roveri e le ricotte tornano sulle tavole. La vendemmia si è rivelata sontuosa, ma la si dimentica presto perchè le prime piogge riportano la paura in Gallura…