Sulcis Iglesiente – Porto Flavia, Masua… su carrucciu e il Pane alla ricotta di pecora

Masua e il Pan di Zucchero

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Fonte www.sardegnaturismo.it

Simile a un’enorme zolla zuccherosa sospesa in mezzo al mare, l’isola Pan di Zucchero crea la suggestiva cornice scenografica ammirabile dalla spiaggia omonima nell’insenatura di Masua, situata lungo la costa iglesiente. Un faraglione calcareo, alto 133 m, caratterizzato da un colore chiaro e dalla superficie a gradini piatti che si estende per 3,72 ettari, nelle pareti sud e a nord traforato da due grandi archi all’interno che creano fenomeni carsici con gallerie praticabili anche in barca. L’isola si è formata in seguito all’erosione e allontanamento della terraferma di Punta Is Cicalas. Nei pressi, osservando il monumento dalla costa dell’isola maggiore, si vede la falesia di Porto Flavia, dove si apre una galleria della miniera omonima, dalla quale il minerale veniva direttamente imbarcato. Tutt’intorno le falesie si ergono per 100-160 m.

Come arrivare
Per raggiungere l’isola di Pan di Zucchero è necessario percorrere la strada provinciale 83 fino a Masua.
 

Porto Flavia

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Fonte www.sardegnaturismo.it

Porto Flavia si presenta con un fondo di ghiaia con scogli e rocce. Il nome deriva dall’ingegnere Cesare Vecelli che fece costruire la miniera nel 1924 e decise di chiamarla come una delle sue figlie. L’arenile è molto ampio e sovrastato da una pineta profumata e fresca. È una località amata anche da quanti semplicemente desiderano praticare la pesca subacquea o immergersi nelle sue acque.

Come arrivare
Porto Flavia si trova nella località Masua e nel comune di Iglesias, ed è raggiungibile facilmente percorrendo la strada provinciale 83 fino alla spiaggia di Masua da dove parte una strada non asfaltata in salita che conduce fino all’estremità della zona mineraria.
 

Su carrucciu

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Nascere in un piccolissimo paesino della Sardegna, inserito nel comprensorio di una miniera, spesse volte voleva dire povertà, ma la povertà aguzza l’ingegno… Torno indietro con la mente e mi rivedo bambina, quando mio papà ci portò a casa dei cuscinetti a sfera che si usavano nelle officine meccaniche della miniera dove lavorava. Io e i miei fratelli li usammo per costruire su carrucciu un gioco antico, molto spartano, ma tanto tanto divertente. Per costruirlo si usava di tutto, assi di recupero, tavole ecc. L’idea ere quella di avere qualcosa su cui salire per lanciarsi in corse folli e bellissime. Bisognava creare un rettangolo di legno resistente  e munirlo di due ruote posteriori e di una anteriore posizionata sotto un manubrio girevole. Allora si usava davvero di tutto per costruirsi i giochi.

Quante folli corse sull’asfalto arroventato vicino a casa, con i mezzi della miniera che viaggiavano incessantemente sulle stesse strade dove proprio noi bambini giocavamo. Le grida preoccupate di mia madre non erano nulla paragonato al rumore de su carrucciu!! Ma non potevamo smettere un gioco così entusiasmante… Le mani, poi, erano sempre a rischio di sbucciature… Ma era la cosa meno importante… la cosa più importante era stare tutti insieme e divertirci. I ragazzini di oggi non sanno di cosa parlo, ma chi, come me, ha usato questo giocattolo capisce benissimo che qualche volta si vorrebbe tornare bambini…

M. E. F.

Pane alla ricotta di Pecora di Maria Elena Frigau

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INGREDIENTI:
• 500 gr di semola fine
• 150 gr di farina
• 300 ml di acqua
• 12,5 gr di lievito di birra sciolto in poca acqua tiepida
• 500 gr di ricotta di pecora
• 1 cucchiaino e 1/2 di sale

PREPARAZIONE
Impastare le farine con l’acqua e il lievito, incorporare la ricotta e continuare ad impastare. Far lievitare per 2 ore, poi formare i panini (100/150 gr ciascuno) e far lievitare altre 2 ore nella teglia. Infornare a 175° per 45 minuti circa. Si può anche incorporare la ricotta in un secondo tempo alla pasta già lievitata, in questo modo la ricotta rimane abbastanza slegata dall’impasto e si percepisce meglio.

Cagliari – Monte Urpinu

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Ricordando…

Nel 1978 intorno a Monte Urpinu iniziavano a sorgere grandi condominii ricchi di piastrelle e sculture in rame. Pane e Nutella sostituivano la merenda a base di burro e marmellata, Topolino conquistava terreno, ma la televisione faceva ancora fatica ad ingoiare le ore del pomeriggio, perciò compagnie di bambini di ogni età si riunivano e correvano a giocare insieme… abbandonati da genitori sereni nelle strade senza pericoli. La bici Graziella e le sue sottomarche venivano lanciate a grande velocità su viale Europa, ma questo, forse, non veniva raccontato a mamma e papà. Le femmine giocavano sotto gli alberi al Mercato, e, alle volte. anche i maschi si divertivano un po’ a giocare un po’ a disturbare. Macchinine, biglie e Nascondino, le Belle Statuine e conte accompagnavano le ore di pomeriggi senza tempo. In un momento scendeva la sera e le voci delle mamme si levavano dal cemento, lungo i viali chiamando a tavola.

Una bambina straniera, di otto anni, in un caldo giorno di primavera, si era unita al gruppo. Timida, con degli strani occhi neri sotto una chioma biondissima e selvaggia, parlava italiano, ma come un libro stampato… usava tutta la Consecutio Temporum corretta, buffamente contrapposta alla bellissima lingua sarda degli altri bimbi. Nei suoi occhi si leggeva una pericolosa mancanza di paura per i giochi dei maschi, le ginocchia piene di graffi e la gonna stropicciata contrastavano con la delicata e femminile dolcezza bruna delle altre bimbe. Si mise in un angolo osservando gli altri senza ostilità, con una gioiosa attenzione. Aveva l’aria felice e trascurata insieme. Un bambino moro, riccio, pelle candida e occhi nerissimi vivaci e profondi le si avvicinò senza timore, la sfidò a correre giù nel viale con la bicicletta della sorella che lui sognava di sostituire con una da maschio con le ruote a carrarmato. Salirono insieme e arrivati in cima lei si buttò in una corsa pazza ridendo. Il bambino senti un tuffo al cuore, la vide sfracellata contro l’albero dopo la curva a gomito. Iniziò a correre quasi senza respirare… non la vedeva… sembrava scomparsa… girò oltre la curva… non c’era più….

Un soffio gli solleticò l’orecchio… eccola, era dietro di lui, un ginocchio sanguinante, gli occhi lucidi per il dolore e un sorriso dolcissimo, la bici tra le mani accanto a sè. Era caduta, ma si era nascosta dietro ad un pino marittimo, aspettandolo.

Lui sorrise, quanto era bella in quel sole con un orgoglio diverso da quello aggressivo dei suoi amici maschi. La sentì dentro, senza quasi sapere che cosa fosse, quella sensazione… una bambina stupenda da prendere per mano e non lasciare più. Ecco una piccola donna indimenticabile… che il giorno dopo, ovviamente, non c’era più.

                                                                                                                                                                              C. S.

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Fonte www.giochidelsud.it –>

“Oltre a godervi il respiro moderato e fresco del maestrale, il profumo acuto del pino e del timo, si avrà la sensazione di essere isolati dal mondo”.
Come contraddire le parole scritte dall’artista cagliaritano Felice Melis Marini nell’Unione Sarda del 12 febbraio 1939, in cui descriveva la sensazione provata immergendosi nella fitta pineta di Monte Urpinu. Dalle considerazioni fornite dal Marini in questo articolo-racconto autobiografico di una gita scolastica al monte, Siro Vannelli, botanico trasferitosi in Sardegna a fine anni ’50, fa risalire la nascita del primo nucleo della pineta di Monte Urpinu, intorno al 1870. L’agronomo Rafaele Pischedda, per ordine del barone Sanjust di Teulada, si occupò della prima opera di rimboschimento. Un secondo intervento avverrà nel 1954.

Un’oasi verde nel centro della città, che il Comune acquistò per circa un milione delle vecchie lire, proprio nel lontano 1939. Il nome del parco, come riporta nel 1861 Giovanni Spano, uno dei più importanti studiosi sardi di storia, archeologia, linguistica e tradizioni popolari, pare derivi da “Mons Vulpinus”, per il numero di volpi che si trovavano un tempo nel fitto bosco del monte.

(…) Monte Urpinu è la meta ideale per chi volesse godere del bellissimo panorama fruibile dal Belvedere, che abbraccia il Golfo degli Angeli, la Sella del Diavolo, lo stagno di Molentargius e le sue Saline, il Poetto. E’ possibile arrivarci direttamente con la macchina; scendendo nel viale Europa ci aspetta l’altra panoramica: dal castello di San Michele al porto, passando con lo sguardo per il centro storico.

Nota:

Siro Vannelli

Nato a Montecatini Terme nel 1925.
Laureato in Scienze Agrarie nel 1950,
entrato nel Corpo Forestale dello Stato nel 1952
Ispettore Forestale in Sardegna fino al 1983.
Studioso di selvicoltura e botanica con particolare riferimento all’ambiente sardo.