Philippe Daverio fu Napoleone e il Regno di Sardegna

I ritratti dei Viceré: “Molti di loro si presentano in Sardegna in perfetto francese (…) Forse il primo gesto propiziatorio per il turismo benedetto dall’altro Vicerè Costanzo Faletti Marchese di Barolo, arcivescovo di Cagliari, Primate di Sardegna e di Corsica, anche lui curioso con una faccia che sembra quella di Wolfang Goethe (…) un altro vestito perfettamente col gusto neoclassico dell’oppressore napoleonico (…)”

Su nenniri, le palme intrecciate e l’Incontro, S’Incontru e ‘Ncontru… Sardegna e Sicilia

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Pasqua in Sardegna

Su nenniri in su sepulcru de sa giobia santa sinci portat a su domigu de prama e Pasca manna.

La prima settimana di Quaresima le donne usavano seminare in un piatto o nella cavità scavata di una zucca chiamate krokoriga `e strigu, una piccola quantità di grano; alcune mettevano anche altri semi, ma sempre di cereali o di legumi (orzo, mais, pianta del cece o della lenticchia).

I semi venivano disposti, senza un ordine preciso, su una piccola quantità di stoppa avanzata dalla lavorazione del lino, detta stub`e linu o sgirròne, a sua volta posta nel fondo del piatto o della zucca per creare un ambiente in cui le sementi potessero germogliare più agevolmente. Solo raramente si aggiungeva terra. Il centro del recipiente era lasciato libero dalla semente al fine di lasciare uno spazio libero in cui posizionare un lume prima di portare il nenneri in chiesa. Anticamente, infatti, era costume porre all`interno del nenneri un cero acceso. Una volta disposti i semi, le donne lo custodivano al buio, sotto il letto o dentro una cassa o in un cestino: era necessario custodirlo al buio perché ciò consentiva alle spighe di assumere un colore il più chiaro possibile. Si innaffiava con poca acqua, che poteva essere fredda o tiepida, a seconda del clima della località e se ne aggiungeva anche nei giorni seguenti, quotidianamente o con intervalli di due o tre giorni. Il giovedì Santo, il nenneri veniva riportato alla luce, ornato con fiori, circondato da un nastro bianco o colorato e portato in chiesa nel pomeriggio dello stesso giorno. Qui veniva acceso il cero e lasciato per terra accanto al sepolcro del Cristo. Il vaso restava in chiesa fin a dopo la Pasqua e veniva riportato a casa da colei che lo aveva portato. Nella maggior parte dei paesi il nenneri portato via dalla chiesa il lunedì dell`Angelo o otto giorni dopo la Pasqua era sparso in campagna. Le operazioni relative al nenneri venivano compiute dalla padrona di casa, ma potevano parteciparvi anche le giovani che spesso ne preparavano degli altri. Il nenneri è considerato benedetto a causa della vicinanza al Cristo nella cappella del Sepolcro.

Grazie a Piccola scuola gaia

La Domenica delle Palme

Agnese  Giglio e pesce  Archetti Albina 2008Elena

grazie al Comune Curcuris per le foto delle tradizionali palme intrecciate.

Particolari e variegate sono anche le celebrazioni pasquali che si svolgono la domenica di Pasqua. Molto toccante è ad esempio la rappresentazione della Madonna dei Sette Dolori a Sassari, durante la quale una statua della Vergine viene portata in processione per tutta la città sulle spalle dei membri di tutte le confraternite. A Mogoro (OR), ha luogo invece la rievocazione dell’incontro tra Maria e Cristo chiamata S’incontru di particolare valore scenico e emotivo: le statue di madre e figlio vengono prese in carico, rispettivamente, dalle donne e dagli uomini del paese, e portate in giro secondo tragitti differenti, tra canti e preghiere in lingua. Arrivate in una stessa piazza, in un silenzio carico d’attesa, le statue si avvicinano e, con un piccolo, inchino, si scambiano tra baci sulla guancia. Ogni bacio è sancito dal boato di un fuoco d’artificio, la folla applaude, alla Vergine viene liberata dal suo velo nero di lutto e torna a brillare nel suo abito azzurro cielo.

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grazie a http://blog.casase.it/2012/04/04/tradizione-e-colore-la-pasqua-in-italia-1/

Pasqua in Sicilia

Tre sono i passaggi fondamentali delle ricorrenze pasquali: la Passione, la Morte e la Resurrezione di Gesù Cristo.

In Sicilia si esercita ancora l’usanza di portare a spalla le pesanti vare durante le processioni. Generalmente anzi questo ruolo viene conteso tra gli uomini del Paese che sono onorati di assolverlo e che hanno modo di partecipare, con la loro fatica, al dolore della Passione del Cristo. Quasi in tutte le Processioni che si svolgono invece il giorno di Pasqua, il lutto per la morte del Redentore si trasforma nella gioia per la sua rinascita che si ricollega con il risveglio della natura.

Panareddi, trizza a spica, trizza a cannizzu, trizza a crocchiala o vureddu du lupu

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La Domenica delle Palme, in cui si rievoca l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, inaugura quasi ovunque il ciclo delle manifestazioni pasquali. In genere è il sacerdote più giovane del paese a rappresentare il Salvatore, che sopra l’asino, tenendo in mano foglie d’ulivo e palme benedette, varca le vie del paese. Le palmette, artisticamente elaborate ed intrecciate a mano ed i rami d’ulivo augurali, una volta benedetti vengono portati in casa e posati sul capezzale del letto, in segno di fede e di augurio. L’usanza di intrecciare le palme è molto antica e reca con sé tutta una tradizione circa il modo di realizzare tali intrecci secondo determinate Figure. Anticamente l’intreccio era operato dai palmari che si occupavano anche della scelta del tipo di foglie di palma più adatte all’esecuzione dell’intreccio (generalmente si tratta delle foglie della Phoenix dactylifera). Le varie figure sono dette panareddi, trizza a spica, trizza a cannizzu, trizza a crocchiala o vureddu du lupu. Le palmette vengono poi decorate da nastri colorati ed immesse sul mercato alla libera offerta dei fedeli che desiderano possederne una da fare benedire.

I Sepolcri

Altra tradizione è quella del numero di Sepolcri da visitare il Giovedì Santo. L’usanza è che i fedeli si rechino in almeno tre parrocchie differenti o che comunque le visite siano svolte per un numero di volte dispari. I sepolcri sono gli altari della deposizione che vengono sempre allestiti all’interno delle chiese, col tabernacolo aperto e l’eucaristia esposta. Addobbi con pane, arance e fiori bianchi, a volte si possono ancora riscontrare in alcuni tradizionali allestimenti.

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In ogni caso non mancano mai le piantine con il frumento germinato al buio, retaggio delle antiche feste Adonie. Il venerdì, si svolgono le processioni relative alla Passione del Cristo e il Sabato santo a mezzanotte, inserita nel rito eucaristico, avviene la “Calata della Tela” che sancisce la Resurrezione. Il Giorno di Pasqua ovunque è festa, risuonano le campane e si svolgono tradizionali banchetti, canti e inni al Signore Risorto.

‘Ncontru

Nelle varie manifestazioni, tale ciclo, è reso attraverso varie forme di drammatizzazione che si concludono spesso con l’incontro tra Maria con il Figlio risorto. Maria si libera allora dall’abito nero del lutto svelando un abito bianco e azzurro che simboleggia la gioia; tale processione viene quasi ovunque denominata ‘Ncontru e alcune volte prevede l’introduzione di una terza figura, di un Angelo o di un Santo, che ha il compito di portare a Maria la lieta notizia della Resurrezione del figlio. Questo ‘Ncontru a volte viene ostacolato da figure che si oppongono e che rappresentano le forze del male. Naturalmente l’incontro riesce sempre a concludersi e si attua così la vittoria delle forze del bene. Il Cristo sconfigge così simbolicamente la morte e esplode la gioia dei devoti presenti.

grazie a Sicilia nel cuore 

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Un ‘Ncontru particolarmente suggestivo avviene nel comune di San Biagio Platani sotto ai cosiddetti Archi di Pasqua. Per info Comune San Biagio Platani e Daniele Congiu

Per le foto degli Archi di Pasqua a San Biagio Platani ringraziamo il loro autore: Luciano Romeo

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Resa ormai celebre dalla canzone “Uomo vivo (inno alla gioia)” di Vinicio Capossela, è la Pasqua di Scicli, in Sicilia, durante la quale la statua lignea del Cristo viene portata in processione da nerboruti portantini che, al grido di Gioia! Gioia! Gioia! della folla, la fanno ondeggiare e ballare per ogni via della città in un clima ludico e scherzoso.

Mustazzolus

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Mustazzolus di Oristano (ricetta cliccare qui) venduti per strada: prodotti dolciari artigianali, con semola di grano duro sardo.
1957 foto di Andreas Fridolin Weis Bentzon.
Libro Nimbus edizioni Iscandula.
(fonte Wikipedia)

Andreas Fridolin Weis Bentzon (Copenaghen, 1936Copenaghen, 21 dicembre 1971) è stato un etnomusicologo e antropologo danese.

Andreas F. W. Bentzon è stato il più importante studioso delle launeddas, strumento musicale della Sardegna.

Nel 1952 si recò in Sardegna durante le vacanze scolastiche e vi fece ritorno nel 1953 e 1955. Durante questa seconda visita incontrò a Santa Giusta, il suonatore di launeddas Felice Pili “emigrato” da Villaputzu. Tornò ancora una volta per circa otto mesi nel biennio 1957/1958, questa volta con una borsa di studio, e si recò a Cabras, Villaputzu, soggiornò a lungo a Ortacesus[1], poi a Cagliari e Oristano dove svolse il suo lavoro di ricerca, frequentando i più importanti suonatori, effettuando numerose e preziose registrazioni, filmati, fotografie presso i maggiori suonatori del tempo: Dionigi Burranca, Pasqualino Erriu, Aurelio Porcu, Giovanni Lai, Giovanni Casu e, soprattutto, Efisio MelisAntonio Lara.

Carnevale… Maschere della Foresta Nera e la tradizione in Sardegna

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I Carnevali in Sardegna Il 17 gennaio 2015, con l’accensione dei fuochi dedicati a Sant’Antonio, ha inizio in tutta la Sardegna il Carnevale che si conclude tradizionalmente il mercoledì delle ceneri. Dal re-regina di Tempio Pausania al fantoccio delle zone del Nord e del Sud Sardegna, dalle esibizioni equestri dell’oristanese alle maschere lugubri del Carrasecare della Barbagia, il carnevale spezza la  routine di ogni giorno e risveglia il “villaggio” festeggiando con fave e lardo, zeppole e vino il rigore dell’inverno che sta finendo mentre la terra ritorna lentamente alla vita. Mamoiada si anima con i Mamuthones che, vestiti di pelle di animale e viso coperto per nascondere la loro identità, compiono una danza cadenzata dai campanacci caricati sulle spalle. Gli altri protagonisti sono gliIssohadores che indossano un corpetto rosso al rovescio e creano scompiglio tra gli spettatori utilizzando la loro soha, una fune di giunco, per catturarli. A Orotelli ci sono Sos thurpos, i ciechi, che indossano cappotti di orbace nero con cappuccio a punta e i volti completamente ricoperti di fuliggine. Interpretano la vita contadina e il rapporto tra uomo e animale, padrone e servi. La figura de S’Urzu, le cui origini letterarie sono riconducibili alle parole “orco” o “orso”,  è il personaggio caratteristico di Samugheo, Fonni e Ula Tirso. S’Urzu indossa una maschera che rappresenta la testa di caprone con lunghe corna, una pelle di caprone e un fazzoletto nero da donna per coprire il capo. Su Omadore lo cattura e i Mamutzones lo uccidono. A Bosa il carnevale è dedicato all’aspetto trasgressivo  e goliardico. La Sartiglia a Oristano propone la giostra dove cavalieri con maschere bianche si esibiscono in corse sfrenate. Su Componidori, né femmina né maschio, vestito dalle massaieddas, è il supremo giudice che decide la sorte dei cavalieri e infila la stella con la spada.

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IL CARNEVALE NELLA FORESTA NERA

Nel Baden-Württemberg il Carnevale non è uno scherzo. In questo Land nel sud-ovest della Germania, quella del carnevale è una tradizione radicata e sentita. Nelle regioni della Foresta Nera, della Svevia e del Lago di Costanza il Carnevale, che da cinque secoli dura dall’Epifania al Mercoledì delle Ceneri, si chiama in svevo-alemanno Fasnet o Fastnacht, per dirla nel dialetto locale, ed è una festa dalle radici medioevali, più mistica e simbolica rispetto a molti altri festeggiamenti carnevaleschi nel mondo. Piuttosto che personaggi burleschi, le maschere del Fasnet sono entità grottesche o spaventose, personificazioni emblematiche che colpiscono e affascinano allo stesso tempo. Le maschere che popolano le parate sono per lo più di streghe, spiriti della foresta, matti o diavoli e hanno il compito di esorcizzare il male che rappresentano. Le Hohe Tage (Grandi Giornate) rinnovano riti e feste esuberanti, come la cerimonia della presa del potere da parte dei Narren (matti, buffoni) della città, che si prestano a giochi e burle di ogni genere con la popolazione e con gli ospiti. I festeggiamenti raggiungono l’apice l’ultima settimana, quando le grandi sfilate attraversano le città e a mezzanotte viene acceso un grande fuoco di paglia che simboleggia la fine dell’inverno.

LE MASCHERE

Le maschere che popolano le sfilate e i raduni del Fasnet sono un pregiato pezzo di artigianato locale: di legno intagliate e dipinte a mano, non mutano di anno in anno, ma vengono tramandate di padre in figlio. Le maschere dei demoni, streghe ecc. possono arrivare a pesare diversi chili e richiedono una lavorazione attenta e paziente. I partecipanti a questo grande teatro collettivo sono solitamente organizzati in corporazioni carnevalesche, che lavorano e si preparano ai festeggiamenti durante il corso dell’anno.

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 LA MUSICA

Non è Carnevale se manca la musica. Quella del Fasnet si chiama Guggenmusik: una curiosa melodia fatta da una ritmica stravagante e dissonante, effetto dell’unione dei più diversi strumenti (dagli immancabili fiati alle percussioni) in cui regna una divertente libertà artistica e interpretativa. Il risultato è una musica coinvolgente e ballabile, adatta a concerti spontanei di piazza. I gruppi di musicisti (o Guggenmusiker), per lo più amatoriali, sono tutti rigorosamente in maschera e accompagnano le sfilate carnevalesche.

GLI APPUNTAMENTI

Nell’area della Foresta Nera, del Giura Svevo e del Lago di Costanza

ogni cittadina ha una propria, singolare tradizione carnevalesca. Sfilate, momenti di festa, balli e giochi si susseguono dalla fine di gennaio fino al Mercoledì delle Ceneri: chi visita la regione in questo periodo non mancherà di incontrare maschere e cortei.

In particolare segnaliamo il Carnevale della pittoresca cittadina medievale di Rottweil, ai margini della Foresta Nera. É uno dei più fastosi e più antichi di tutta la regione: i primi documenti scritti che ricordano i festeggiamenti risalgono al XV secolo, ma la tradizione è probabilmente anteriore. Protagonisti del Carnevale sono le maschere dei Narren, ossia i matti di Rottweil, e il loro Narrensprung, o corteo dei matti; il lunedì e il martedì grasso, quando circa 3.000 maschere si riversano nelle stradine della città. I festeggiamenti cominciano la mattina del lunedì con il suono delle campane, quando il sindaco consegna simbolicamente le chiavi della città al Narrensprung, che, nella piazza principale, rende note pubblicamente le proprie intenzioni per i giorni successivi. Il corteo, i festeggiamenti e la sfilata delle maschere si ripetono anche il pomeriggio del martedì grasso, e rappresentano il capovolgersi delle regole e dei costumi, perché, come dicevano già i romani, una volta all’anno è lecito trasgredire (http://www.rottweil.de).

 LE PREZIOSE MASCHERE DI VILLINGEN

La prima documentazione ufficiale del Carnevale di Villingen, cittadina lungo la famosa Strada degli Orologi, risale al 1467. Da allora ogni anno il rito del Villinger Fastnacht viene rigorosamente rispettato. Caratteristiche del Carnevale di Villingen sono le maschere in legno di foggia barocca, intarsiate e dipinte a mano. La più famosa è quella del Narro, conosciuta fino alla metà del XVIII secolo come “Masquera”. I Narren o “matti” di Villingen sono considerati gli aristocratici del Carnevale, per i loro preziosi costumi, ornati di fiori e ornamenti primaverili, dal caratteristico foulard bianco e dalla spada di legno. Poi ci sono: il Butzesel, l’asino con la scopa fatta da un ramo di pino attaccato al dorso, il Weuscht, maschera con i pantaloni pieni di paglia, la vecchietta Morbele o il gatto Miau. L’evento chiave del Villinger Fastnacht si svolge durante il lunedì quando tutte le maschere si riversano sulle strade acciottolate del centro storico (http://www.villingen-schwenningen.de/tourismus).

LE STREGHE DI LÖFFINGEN

Da oltre 80 anni le streghe di Löffingen (Hexen) si raccolgono attorno al falò della piazza principale dell’omonima cittadina nella Foresta Nera del Sud per festeggiare la loro Notte di Valpurga (che più a Nord e in Scandinavia si festeggia il 1 maggio per salutare simbolicamente l’inverno). Prima di lasciarsi andare ai loro balli, le maschere di legno, che rappresentano vecchie rugose con il fazzoletto rosso al collo e la scopa, devono rivaleggiare con il Diavolo, che odia le streghe e i loro festeggiamenti. Alla fine è Belzebù a cedere, e le streghe possono celebrare la loro Notte di Valpurga. La suggestiva rappresentazione si tiene la sera nella piazza del mercato di Löffingen (www.loeffingen.de).

I MUSEI DEL CARNEVALE SVEVO-ALEMANNO

Il Baden-Württemberg ospita diversi musei dedicati al carnevale. Quello più grande, a livello nazionale, è il Narrenschopf di Bad Dürrheim vicino a Villingen. Oltre a 400 tra maschere e costumi del carnevale svevo-alemanno databili dal XVIII secolo a oggi, l’esposizione permanente fornisce documenti e filmati sull’origine, lo sviluppo e le tradizioni delle associazioni carnevalesche regionali (http://www.narrenschopf.de).

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Is Culurgiones di Jerzu… un viaggio nel Sapore

 

Colurgionis di Jerzu

Ecco come servirli… Innaffiateli con vino Cannonau (il vino più antico del Bacino del Mediterraneo) per farli in casa seguite questo video incantevole e autentico

Culurgionis Ogliastrini Zia Maria Jerzu & Cardedu 

QUI TROVATE RICETTA E VIDEO PER FARLI IN CASA http://youtu.be/Y-rb8ajIxhc

(Nota; per impastare potete usare una planetaria)

Passata di pomodoro sardo  sugo classico: soffritto (cipolla, sedano, carota), passata di pomodoro e qualche spicchio d’aglio

image  lessate pochi culurgiones per volta in acqua bollente e salata, quando risalgono lasciate cuocere ancora qualche minuto,

Mantecare scolateli con la schiumarola e metteteli, a mano a mano che cuociono, nella salsa calda, ma lontana dal fuoco (se volete aggiungete qualche foglia di basilico fresco spezzettato a mano)

Impiattare  impiattateli con un po’ di sugo (non troppo) occorre un corretto equilibrio tra acidità e dolcezza delle patate e il profumo della menta, quindi spolverateli con pecorino sardo stagionato grattato.

 

Massimo Cara Locci foto – SA TUNDITURA

Non possu sminticammi chiddi coi, | li carrasciali, li bibbinnatogghj, | tutti l’aglioli fatti a caddj, a boi, | li pulcinati, chiddj tunditogghj.

(G – P. Ciboddo)

“Non potrò mai dimenticare quelle feste di nozze, | i carnevali, le vendemmie, | le aie fatte di cavalli e di buoi, | le uccisioni del maiale, quelle tosature.”

 

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Termine Definizione
tosatura

sf. [shearing, tondaison, esquileo, Scheren] tundimentu m., tundidura, tusorzu m., tusonzu m., tundimentu m., tundidorzu m., tusadura, tusinzu m., tusura, rappada, rappadura L, tundidura, tunnidura, tundimenta, tunnimenta, tundinzu m., tunninzu m., tundidorzu m., tusonzu m., tusa f., tusura N, tundidura, tundimenta, tundimentu m. C, tundiddura, tusaddura, tusògliu m. S, tunditura, tundera Lm, tipitia, assu m. G [Algh. tundidura – Tab. tuzaddua] ■ tropedidorzu m. N ‘piolo usato per legare le pecore durante la t.’| tusorzu m. (lat. TONSORIUM) L, tunditorju, tusorju, tusorzu m. N, tundidroxu m. C, tunditogghju, tusatogghju m. G ‘luogo, tempo (e festa) della t.’ A Si giughias sa roba a chenadorzu | ti fint cumpanzos isteddos e luna | e sa mùsica dulche de su ‘entu. | Si ti beniat sonnu fis cuntentu, | ca bisaias dies de fortuna | e festas de incunza e de tusorzu. (L – V. Falchi) ‘Se la notte conducevi al pascolo il gregge | erano tuoi compagni le stelle, la luna | e la dolce musica del vento. | Se ti coglieva il sonno eri ugualmente contento | perché sognavi giorni di fortuna | e festa di raccolti e di tosature.’ ● Cando su ‘inzatteri est binnennende | in mes’a sos filares de sa ua, | si bi mancat sa melodia tua | paret totta sa ‘inza pianghende. | In su tusinzu o in sa cumpridura | si mancas tue s’istudant sas bramas, | ne ninnende su jógulu sas mamas | non cantant a s’insoro criadura. (L – P. Secchi) ‘Quando il vignaiolo sta vendemmiando | tra i filari dell’uva, se manca la tua melodia | pare che pianga l’intera vigna. | Durante la tosatura o alla fine di un qualche lavoro, | se manchi tu, viene meno ogni desiderio, | né la mamma, cullando il bambino, | canta per lui la ninna nanna.’ ● Non possu sminticammi chiddi coi, | li carrasciali, li bibbinnatogghj, | tutti l’aglioli fatti a caddj, a boi, | li pulcinati, chiddj tunditogghj. (G – P. Ciboddo) ‘ Non potrò mai dimenticare quelle feste di nozze, | i carnevali, le vendemmie, | le aie fatte di cavalli e di buoi, | le uccisioni del maiale, quelle tosature.’

Antoninu Rubattu (Tonino Mario Rubattu) Copywrite 2013

Iglesias

 Iglesias

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 Ama

 Ama ogni cosa: l’opera, ch’è il sale

Dell’onestà, principio al cittadino;

la bontà, che sorride in bene o in male;

la Patria tua e tieni Dio vicino.

Ama l’amore come un ideale

Per cui si schiude un limpido cammino

Di affetti sublimi, a cui risale

La speranza dell’anima; il divino

Raggio del sole, la natura in fiore,

la luna vagabonda, il mare, il rio,

il sano pane della povertà;

ama ogni luce che sorrida al cuore,

ma soprattutto ama, amico mio,

il sacro dono della Libertà.

 

Raimondo Piredda, Iglesias, 1946

 

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Iglesias sorge ai piedi della montagna del Marganai, nel versante sud-occidentale della Sardegna. Abitata sin dai tempi dell’età nuragica, sono ancora visibili nei suoi dintorni i siti di Is Cadonis, Medau Mannu, Punta Sa Pannara, Santa Barbara, le domus de janas di San Benedetto, le tombe dei giganti di Genna Solu, Martiadas e il tempio di Serra Abis.

Da sempre è stata una città conosciuta per la sua attività mineraria. Oggi le sue miniere costituiscono un patrimonio archeologico industriale riconosciuto dall’UNESCO.
Iglesias è conosciuta per le innumerevoli chiese. Si consiglia di visitare la cattedrale di Santa Chiara, risalente al Tredicesimo secolo, ma anche le chiese della Madonna delle Grazie e di San Francesco, con il convento risalente al Sedicesimo secolo.
Di particolare interesse sono il Museo dell’Arte Mineraria e il Museo delle Macchine, contenenti grandi macchine da miniera. Sono visitabili con guida anche le diverse miniere, tra le quali Monteponi, San Giovanni e Masua.
Suggestivo è il complesso naturalistico del Monte Marganai, un bosco che custodisce una flora bellissima.
Il 15 agosto si festeggia l’Assunta, con la processione de I Candelieri.
Sempre nel mese di agosto si svolge il Torneo della Balestra e il caratteristico Corteo Medievale.

Iglesias partecipa alla manifestazione regionale Monumenti Aperti nel mese di maggio. I visitatori, guidati da gruppi, associazioni e scuole, possono visitare gratuitamente monumenti civili e religiosi, oltre ai principali siti minerari.

Fonte Sardegna Turismo

 

 

NASSA

DSCN4217 Foto di A. Ledda
Cesta di vimini o di giunchi intrecciati a forma generalmente conica, fornita di due aperture: l’una al vertice, chiusa durante la pesca, per immettervi l’esca e ritirare il pesce; l’altra, più grande, alla base, con gli orli rovesciati e prolungati a ritroso verso l’interno, in maniera da costituire una bocca più ristretta fornita di punte, che impediscono al pesce di uscirne. Serve per la pesca e per vivaio. Le nasse si usano isolate o a gruppi legati a una corda con la quale vengono recuperate.
In Sardegna con le nasse si pescano le aragoste.